Un vaporetto rallenta lungo il Canal Grande. Al Tronchetto un parcheggio si avvicina alla saturazione, mentre alla Punta della Salute il livello dell’acqua continua a salire. Il vento cambia direzione sulla laguna e la previsione della marea viene aggiornata. In un’altra parte di Venezia aumenta il numero delle persone presenti, una linea del trasporto pubblico accumula ritardo, un’imbarcazione attraversa un canale già sottoposto a forte pressione.
Presi singolarmente sono episodi ordinari della giornata veneziana. Nella Smart Control Room di Venezia, allestita sull’Isola Nuova del Tronchetto, diventano parti della stessa rappresentazione. Persone, barche, autobus, vaporetti, parcheggi, telecamere, condizioni meteorologiche e livelli di marea confluiscono in una sala nella quale la città viene osservata mentre accade.
Non è una copia perfetta di Venezia e non è una macchina capace di governarla da sola. È un’infrastruttura che prova a ricomporre informazioni normalmente distribuite fra uffici, aziende di servizio e centrali operative differenti. La sua utilità non consiste nel riempire una parete di schermi, ma nel mostrare che un ritardo, una concentrazione di persone e una variazione del livello dell’acqua possono appartenere allo stesso problema.
Venezia ha bisogno di questa lettura integrata più di altre città. Il centro storico non possiede una normale rete stradale, il trasporto pubblico si muove sull’acqua e la terraferma segue logiche completamente diverse. Fra queste parti esistono pochi punti di passaggio obbligati: il ponte translagunare, piazzale Roma, il Tronchetto e la stazione ferroviaria. Il nucleo storico si distribuisce inoltre su più di cento isole, unite da ponti e separate da una rete di canali che sostituisce le strade tradizionali.
A tutto questo si aggiunge la laguna, che non fa da sfondo alla città ma ne modifica quotidianamente accessi, tempi, percorsi e condizioni di sicurezza. È proprio la relazione fra insediamento umano e ambiente lagunare ad aver determinato l’iscrizione di Venezia e la sua laguna nella Lista del Patrimonio Mondiale UNESCO. Il riconoscimento comprende la città, le isole, i canali e un paesaggio nel quale natura e storia si sono trasformate insieme per secoli.
La tecnologia entra oggi dentro questo rapporto antico fra spazio costruito e acqua. Non crea una Venezia parallela: tenta di rendere leggibili, nello stesso momento, i segnali prodotti dalla città reale.
Una città che cambia più velocemente delle mappe
Una mappa tradizionale descrive dove si trovano le cose. Indica una fermata, un ponte, un parcheggio, un approdo. Non dice però che cosa stia succedendo in quel momento. Non mostra se il vaporetto sia in ritardo, se un’area stia diventando affollata, se il parcheggio disponga ancora di posti o se il vento stia modificando la previsione della marea.
La Smart Control Room, presentata nel settembre 2020, aggiunge alla geografia una dimensione temporale. Riceve informazioni dalle strutture operative presenti nel territorio e le mette a disposizione di soggetti con competenze differenti: Comune, Polizia locale, Protezione civile, Centro Maree, aziende del trasporto pubblico, gestori dei servizi ambientali e società informatiche.
Ognuno continua a svolgere il proprio compito, ma non è più costretto a osservare la città da una sola finestra. Nel 2026 il sistema monitora quindici indicatori chiave collegati a mobilità, sicurezza e servizi urbani. Il dato importante non è soltanto quanti indicatori siano disponibili, ma la possibilità di confrontarli.
Un aumento delle presenze nel centro storico, per esempio, acquista significato quando viene messo in relazione con la capacità del trasporto pubblico, con lo stato dei parcheggi e con ciò che sta accadendo nei principali punti di accesso. Una linea rallentata può dipendere dal traffico acqueo, dalle condizioni atmosferiche oppure dalla concentrazione di imbarcazioni in un tratto ristretto. La relazione fra i dati conta più del singolo numero.
Il Settore Smart Control Room e Centro Previsioni Maree ha tra i propri compiti il monitoraggio integrato della mobilità e dei servizi, il trattamento dei dati, la costruzione di basi informative e la realizzazione di analisi predittive per migliorare la pianificazione.
È questa la differenza fra una sala piena di monitor e un’infrastruttura territoriale. La prima mostra ciò che accade; la seconda cerca di capire come eventi apparentemente distanti possano influenzarsi.
La forma della città rende questa operazione particolarmente delicata. Un flusso che si concentra fra Rialto e la Basilica di San Marco non può essere deviato come il traffico automobilistico di un viale. Le alternative sono calli, ponti, approdi e linee di navigazione con capacità fisiche limitate. Lo spazio veneziano non si allarga quando aumenta la pressione: deve essere interpretato e gestito con maggiore precisione.
L’acqua alta era digitale prima delle smart city
Venezia raccoglie dati sul proprio ambiente da molto prima che esistessero espressioni come smart city, big data o intelligenza artificiale. La necessità era concreta: misurare ciò che stava accadendo in laguna, prevederne l’evoluzione e avvertire la popolazione.
Il servizio stabile di osservazione delle maree cominciò a prendere forma negli anni Settanta. Nel 1980, dopo la grave inondazione dell’anno precedente, venne istituito il Centro Previsioni e Segnalazioni Maree. Il suo lavoro consiste nel raccogliere le misure, elaborare le previsioni e attivare i sistemi di informazione e allertamento quando sono attesi livelli significativi.
Dietro un valore espresso in centimetri esiste una rete di strumenti distribuiti fra città, laguna, litorale e mare aperto. Le stazioni della rete telemareografica non registrano soltanto il livello dell’acqua. Misurano anche pressione atmosferica, direzione e intensità del vento, precipitazioni, temperatura dell’aria e dell’acqua, umidità, radiazione solare e altezza delle onde.
Sono grandezze differenti, ma insieme descrivono le condizioni nelle quali l’acqua entra, esce e si distribuisce all’interno della laguna. La marea, infatti, non è un numero unico che vale nello stesso modo in ogni punto. Il suo comportamento dipende dal vento, dalla pressione, dalle condizioni dell’Adriatico e dalla posizione della stazione di rilevamento.
Una misura raccolta alla bocca di porto non racconta esattamente ciò che avviene nello stesso momento davanti alla Punta della Salute, a Burano o a Chioggia. Per questo la rete rende visibile una laguna in movimento, formata da condizioni locali che devono essere osservate insieme.
Una parte delle misure viene pubblicata dal Comune come open data meteomarini. I dati possono essere consultati, scaricati e riutilizzati da ricercatori, tecnici, imprese e cittadini. La pubblicazione comprende informazioni provenienti da quattordici stazioni e riguarda livello di marea, pressione, vento, temperature, radiazione solare e umidità relativa.
È un patrimonio meno immediato del campanile di San Marco, ma racconta una parte altrettanto importante della città. Senza misurazioni, serie storiche e confronti, Venezia potrebbe osservare l’acqua soltanto quando è già entrata nelle calli. Il dato permette invece di leggere i segnali prima che diventino un’esperienza visibile per chi si trova sul posto.
Quando queste informazioni raggiungono la Smart Control Room, la previsione della marea smette di essere un servizio separato. Può essere confrontata con lo stato degli approdi, i percorsi pedonali, il trasporto pubblico e le necessità operative della città.
Quando i dati cominciano a prevedere
Raccogliere informazioni in tempo reale è soltanto il primo passaggio. Il salto più importante avviene quando i dati accumulati nel tempo vengono confrontati per riconoscere ricorrenze, anomalie e possibili evoluzioni.
Se una determinata combinazione di orario, condizioni atmosferiche, presenze e traffico ha già prodotto più volte lo stesso rallentamento, il sistema può aiutare a riconoscerla prima. Se il comportamento di una linea di trasporto si allontana da quello abituale, la variazione può essere segnalata agli operatori. Se un evento richiama persone in un’area già sottoposta a pressione, servizi e mobilità possono essere organizzati sulla base di informazioni più complete.
È in questo spazio che entrano l’analisi predittiva e, progressivamente, l’intelligenza artificiale. Non per indovinare il futuro, ma per confrontare quantità di informazioni che una persona non riuscirebbe a leggere contemporaneamente.
Il Centro Maree utilizza già diversi modelli numerici per prevedere il livello dell’acqua. Alcuni seguono metodi statistici, altri integrano equazioni idrodinamiche applicate all’Adriatico e al Mediterraneo. La previsione nasce dal confronto fra componente astronomica, condizioni meteorologiche e comportamento del mare.
La distinzione è importante. Un algoritmo può riconoscere uno schema, ma non conosce necessariamente la ragione per cui quello schema si è formato. Può segnalare che un’area si sta riempiendo, ma non comprende da solo se le persone siano residenti, lavoratori, studenti o visitatori. Può mostrare che una linea sta rallentando, ma non possiede l’esperienza di chi lavora ogni giorno sull’acqua e sa distinguere una condizione ordinaria da un evento inconsueto.
Anche la previsione più precisa dipende dalla qualità delle informazioni disponibili. Un sensore guasto, un dato incompleto o un evento mai avvenuto prima possono ridurre l’affidabilità del modello. L’intelligenza artificiale non elimina quindi l’incertezza. La rende più leggibile, a condizione che qualcuno continui a interpretare ciò che emerge.
Venezia non diventa intelligente perché una macchina prende decisioni al posto delle persone. Diventa più consapevole quando riesce a vedere prima ciò che fino a ieri riconosceva soltanto dopo.
L’intelligenza artificiale entra nell’amministrazione
Il 23 luglio 2026 il Comune ha approvato gli indirizzi per l’uso sicuro e consapevole dell’intelligenza artificiale. Le regole non riguardano soltanto gli uffici comunali, ma anche società controllate ed enti strumentali.
La scelta è coerente con la struttura della città. Una parte rilevante dei servizi che incidono sul territorio — trasporti, rifiuti, infrastrutture informatiche e gestione delle reti operative — non dipende esclusivamente dagli uffici centrali. Stabilire regole valide soltanto per il Comune avrebbe lasciato fuori proprio alcune delle organizzazioni che producono e utilizzano più dati.
Gli indirizzi prevedono valutazioni preventive sulla sicurezza informatica, sulla protezione dei dati, sulla sostenibilità economica e sulla compatibilità dei nuovi strumenti con i sistemi esistenti. È prevista anche la costituzione di un gruppo multidisciplinare, denominato AI Team, e di un registro unico nel quale annotare le applicazioni programmate, sperimentate, attivate oppure dismesse.
Il registro può sembrare un adempimento tecnico, ma affronta un problema destinato a diventare sempre più importante. Gli algoritmi spesso entrano nelle amministrazioni senza essere percepiti come tali: all’interno di un software che ordina documenti, assegna priorità, produce sintesi o suggerisce una risposta. Sapere quali sistemi vengono utilizzati, chi li ha forniti e quali attività assistono è il primo passo per poterli controllare.
Il principio dichiarato dal Comune è che la responsabilità rimanga umana. Un sistema può classificare, confrontare, riassumere o segnalare. Non può diventare il soggetto responsabile di una decisione amministrativa. Dietro ogni scelta devono rimanere una persona identificabile, una motivazione comprensibile e la possibilità di verificare il procedimento.
Questa distinzione vale soprattutto quando l’intelligenza artificiale incontra il territorio. Decidere che una zona richiede maggiore attenzione non è la stessa cosa che individuare un errore in un documento. Può incidere sull’organizzazione dei servizi, sui controlli, sulla mobilità e sulla vita quotidiana. La tecnologia può preparare la decisione, non assorbirne la responsabilità.
Il confine tra osservare e sorvegliare
Una città capace di raccogliere informazioni su presenze, spostamenti, imbarcazioni e immagini delle telecamere deve affrontare una domanda inevitabile: dove finisce il monitoraggio dei servizi e dove comincia la sorveglianza?
La risposta non dipende soltanto dal numero degli strumenti installati. Dipende dal livello di precisione dei dati, dalla possibilità di identificare una persona, dal tempo per cui le informazioni vengono conservate e dalle finalità per cui possono essere riutilizzate.
Conoscere il numero complessivo delle persone presenti in una zona può aiutare a organizzare il trasporto pubblico o a evitare una congestione. Ricostruire senza necessità gli spostamenti del singolo individuo sarebbe un’attività diversa. La prima descrive una condizione urbana; la seconda entra nella vita di una persona.
Le comunicazioni istituzionali richiamano il rispetto della normativa sulla privacy e la governance del 2026 prevede controlli preventivi. Perché la fiducia sia solida, tuttavia, le regole devono poter essere comprese anche da chi non lavora nella sala del Tronchetto. Un cittadino dovrebbe sapere, almeno nelle linee essenziali, quali dati vengono utilizzati, perché vengono raccolti e quali garanzie ne impediscono impieghi differenti.
La trasparenza non consiste nel pubblicare un documento tecnico impossibile da leggere. Consiste nel rendere riconoscibile il percorso che conduce da un’informazione a una decisione.
Questo vale anche per i dati apparentemente anonimi. Un numero non identifica necessariamente qualcuno, ma può orientare l’attenzione dell’amministrazione verso una zona, modificare un servizio o giustificare nuovi controlli. Gli effetti degli algoritmi non restano dentro i computer: ritornano sempre nelle strade, nei canali e nei quartieri da cui i dati sono stati raccolti.
Una città digitale deve rimanere accessibile
L’innovazione veneziana non riguarda soltanto la capacità di osservare i flussi. La piattaforma DiMe riunisce un punto di accesso digitale ai servizi e il Contact Center unico 041041. Permette di effettuare segnalazioni, richiedere informazioni, presentare istanze, verificare posizioni amministrative e ricevere assistenza senza dover conoscere in anticipo l’ufficio competente.
È un cambiamento meno spettacolare della Smart Control Room, ma forse più facile da percepire nella vita quotidiana. Una città non diventa digitale soltanto quando sa contare quante persone attraversano un ponte. Lo diventa anche quando un residente riesce a completare una pratica senza passare da più sportelli o quando una segnalazione raggiunge direttamente chi deve occuparsene.
Resta però il problema dell’accesso. Non tutti possiedono le stesse competenze, gli stessi dispositivi o la stessa familiarità con identità digitali e procedure online. Il Comune mantiene quindi il canale telefonico e ha attivato i Punti Digitali, luoghi fisici e online nei quali i cittadini possono ricevere assistenza per utilizzare CIE, servizi anagrafici, posta elettronica certificata e piattaforme pubbliche.
È un passaggio decisivo. La tecnologia pubblica funziona quando aggiunge possibilità. Fallisce quando sostituisce una fila davanti a uno sportello con una schermata che una parte della popolazione non riesce a superare.
Lo stesso principio vale per l’intelligenza artificiale. Un assistente automatico può rendere più semplice trovare un servizio, tradurre un’informazione o orientarsi fra documenti complessi. Non deve diventare l’unica porta attraverso cui entrare in rapporto con l’amministrazione. Dietro l’interfaccia deve continuare a esistere una persona capace di ascoltare un caso che non rientra nelle categorie previste.
Venezia non entra interamente nei monitor
Guardando gli schermi del Tronchetto si potrebbe pensare che la città sia ormai contenuta nei dati. Non è così. La Smart Control Room vede ciò che le infrastrutture riescono a misurare.
Registra un vaporetto in ritardo, ma non il disagio di chi perderà una coincidenza. Rileva la velocità del vento, ma non sostituisce il sapere di chi naviga nella laguna da decenni. Conta le persone presenti in un’area, ma non conosce il rapporto che ognuna di loro ha con Venezia. Non distingue automaticamente chi sta tornando a casa, chi raggiunge il posto di lavoro e chi attraversa la città per poche ore.
La rappresentazione digitale è necessariamente più ordinata della città reale. Per costruirla bisogna scegliere cosa misurare, come classificare i fenomeni e quali relazioni considerare importanti. Tutto ciò che rimane fuori da queste scelte rischia di diventare meno visibile.
Non è un difetto che rende inutile la tecnologia. È il limite che ne definisce il corretto impiego. I dati descrivono quantità, variazioni e ricorrenze con una precisione che l’osservazione umana non potrebbe raggiungere da sola. L’esperienza delle persone aggiunge invece contesto, memoria, motivazioni e conseguenze.
La città governata bene non sceglie fra queste due forme di conoscenza. Le mette in relazione.
Cosa può insegnare Venezia agli altri territori
Pochi comuni italiani hanno la complessità di Venezia. Nessun piccolo centro deve coordinare contemporaneamente mobilità acquea, grandi flussi turistici, maree, porto, isole, terraferma e trasporto pubblico lagunare. Copiare la sala del Tronchetto non avrebbe senso.
La logica sulla quale è costruita, invece, può essere applicata altrove. Un comune montano può collegare dati meteorologici, viabilità, rischio di frane e trasporto scolastico. Una località costiera può confrontare mareggiate, parcheggi, accessi alle spiagge e qualità dell’acqua. Un borgo storico può mettere in relazione presenze, calendario degli eventi, trasporto pubblico e disponibilità dei servizi.
Non serve raccogliere tutto. Serve evitare che informazioni utili rimangano isolate in uffici che non comunicano fra loro. Lo stesso principio si ritrova nel monitoraggio digitale della Basilica di Assisi: il valore non sta nel singolo sensore, ma nella possibilità di confrontare nel tempo vibrazioni, micromovimenti e condizioni ambientali per riconoscere segnali che richiedono una verifica.
Venezia offre anche una seconda lezione: gli algoritmi devono essere registrati e resi riconoscibili prima che diventino invisibili dentro la normale amministrazione. Non è sufficiente acquistare un software che promette efficienza. Occorre sapere su quali dati lavora, quali errori può produrre, chi può controllarlo e chi risponde delle conseguenze.
La terza lezione riguarda l’apertura. I dati pubblici acquistano valore territoriale quando possono essere consultati, verificati e riutilizzati, senza compromettere la riservatezza delle persone. Diventano la base sulla quale costruire studi, applicazioni, servizi e nuove forme di conoscenza.
Una prospettiva simile riguarda anche il modo in cui i luoghi vengono raccontati. Le esperienze di realtà aumentata applicata ai territori utilizzano dati geografici e contenuti digitali per spiegare ciò che il visitatore incontra. La Smart Control Room compie un’operazione diversa ma complementare: non aggiunge informazioni allo sguardo di chi cammina, bensì fornisce alla città uno sguardo più ampio su se stessa.
Il tema non riguarda soltanto Venezia o il Veneto. La stessa domanda attraversa comuni montani, città d’arte, parchi, aree archeologiche e piccoli centri: quali dati servono davvero per conoscere un territorio, e chi deve decidere come utilizzarli?
Per secoli Venezia ha imparato a leggere la laguna attraverso l’esperienza di chi la abitava e la attraversava. Altezza dell’acqua, direzione del vento, tempi di navigazione e condizioni dei canali venivano interpretati direttamente sul posto. Oggi quella conoscenza viene affiancata da misure continue, archivi digitali e modelli previsionali.
La Smart Control Room non sostituisce lo sguardo sulla città. Lo allarga. Permette di osservare nello stesso momento il parcheggio del Tronchetto, il movimento nei canali, i ritardi dei mezzi e i dati delle stazioni mareografiche. L’intelligenza artificiale potrà riconoscere relazioni sempre più complesse, ma la questione decisiva rimarrà umana.
Non quanto la tecnologia riesca a sapere di Venezia, ma quanto Venezia riesca ancora a riconoscersi nelle decisioni prese attraverso quella conoscenza.

