La Basilica di Assisi monitorata dai sensori

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Torre Campanaria della Basilica di San Francesco d'Assisi con sensori di monitoraggio strutturale sulla pietra del Subasio
Torre Campanaria della Basilica di San Francesco d'Assisi con sensori di monitoraggio strutturale sulla pietra del Subasio

La Torre Campanaria della Basilica di San Francesco d’Assisi è alta circa 52 metri e poggia su pietra rosa del Subasio. Da qualche anno non viene solo guardata dai pellegrini: viene ascoltata. Lungo la struttura sono installati sensori che registrano vibrazioni, micromovimenti, rotazioni e variazioni di temperatura. I dati arrivano a un server locale, poi viaggiano su una piattaforma cloud che li confronta nel tempo. Un campanile costruito a partire dal 1239 oggi trasmette segnali continui a un sistema di intelligenza artificiale. Non è una metafora. È conservazione preventiva: leggere i segnali deboli prima che diventino crepe, distacchi o cedimenti visibili. Ad Assisi questo approccio nasce da una ferita precisa — il terremoto del 26 settembre 1997 — e oggi riguarda anche le volte della Basilica Superiore, gli archi e le pareti affrescate.

Dove finisce il pellegrinaggio e inizia la diagnostica

Assisi sorge sulle pendici del Monte Subasio, a 424 metri di altitudine, in provincia di Perugia. La Basilica di San Francesco è dal 2000 Patrimonio Mondiale UNESCO e accoglie in media oltre quattro milioni di visitatori all’anno. Il complesso si articola su due livelli: la Basilica Inferiore, più scura e raccolta, e la Basilica Superiore, con il ciclo delle Storie di San Francesco attribuito a Giotto e alla sua bottega. La struttura è incassata nella roccia e si appoggia sul Sacro Convento, costruito a strapiombo sul versante — un equilibrio che dall’esterno sembra quasi ostentato, e che rende il monumento sensibile a qualsiasi sollecitazione. L’Umbria è zona sismica di categoria 2, con eventi documentati nel 1832, nel 1854, nel 1997 e nel 2016. Ogni scossa, anche lontana, lascia un’impronta che affreschi e murature trattengono. Da qui la decisione di monitorare la Basilica come si monitora un paziente cronico.

Dal crollo del 1997 ai sensori che leggono i micromovimenti

Il 26 settembre 1997, due scosse di magnitudo 5.7 e 6.0 colpirono l’Umbria centrale. Nella Basilica Superiore crollarono due porzioni di volta. Morirono quattro persone: due frati e due tecnici della Soprintendenza, che si trovavano lì proprio per valutare i danni della prima scossa quando arrivò la seconda. Andarono distrutti frammenti di affreschi di Cimabue e della scuola giottesca. La ricostruzione durò due anni e si concluse nel novembre 1999, con il recupero di circa 120.000 frammenti pittorici — raccolti uno a uno dal pavimento della navata. Da quella data nasce l’idea di non aspettare più. Il Sacro Convento ha avviato, in collaborazione con istituti di ricerca e partner tecnologici, un sistema di monitoraggio strutturale permanente. Accelerometri, inclinometri e sensori ambientali distribuiti su Torre Campanaria, volte, archi e contrafforti. I dati confluiscono in una piattaforma che applica algoritmi per riconoscere anomalie e distinguere il normale comportamento della struttura dai segnali che richiedono verifica.

Cosa registrano davvero i sensori sulla Torre

Un accelerometro misura come la struttura vibra quando passa un camion, quando soffia il vento del Subasio o quando arriva una scossa lontana. Un inclinometro registra rotazioni minime, dell’ordine di millesimi di grado. Un estensimetro segue l’apertura o la chiusura di una microfessura, decimo di millimetro dopo decimo di millimetro. Sulla Basilica questi strumenti lavorano 24 ore su 24, generando flussi continui di dati. Una rete cablata porta i segnali a un server collocato all’interno del Sacro Convento, da lì una connessione protetta li invia alla piattaforma cloud. L’intelligenza artificiale entra qui: riconosce schemi ricorrenti, ignora il rumore di fondo, segnala le variazioni che escono dalle soglie attese. Vale la pena fermarsi su questo punto — le soglie vengono calibrate sulla storia specifica di quell’edificio, non su un modello generico. In caso di evento sismico, una notifica automatica raggiunge tecnici e responsabili nel giro di pochi minuti.

Tecnici, frati e restauratori davanti allo stesso schermo

Il sistema non lavora da solo. A leggerlo ogni giorno ci sono ingegneri strutturisti, restauratori della Soprintendenza e i frati del Sacro Convento, custodi della Basilica dal 1230. Padre Enzo Fortunato, a lungo direttore della Sala Stampa del Sacro Convento, ha più volte descritto come il monitoraggio sia entrato nella routine del complesso — una routine che otto secoli fa non prevedeva dashboard digitali. Accanto al controllo strutturale è cresciuto il progetto Preserving Assisi, sviluppato con partner tecnologici internazionali. Comprende rilievi 3D con scansione laser e fotografie gigapixel degli affreschi. Restauratori e storici dell’arte possono ingrandire un dettaglio fino al singolo centimetro quadrato, riconoscere una microfessura, valutare se un colore sta migrando. Il dato strutturale e quello visivo, affiancati, rendono leggibile una condizione che prima emergeva solo dopo il danno.

Dove il sistema funziona e dove ancora non basta

I limiti esistono e i tecnici li dichiarano senza reticenze. Un sistema di monitoraggio segnala anomalie, non le interpreta: serve sempre un occhio umano per decidere se quella vibrazione è la dilatazione estiva della pietra o l’inizio di un problema. La copertura sensoristica non è totale — riguarda gli elementi più esposti, ma una basilica di queste dimensioni richiederebbe una rete più capillare. C’è poi il tema dei costi. Installare i sensori è solo l’inizio; mantenerli, aggiornare i software e conservare i dati richiede un impegno economico che non finisce con il collaudo. Sul fronte opposto, durante la sequenza sismica del Centro Italia del 2016 il monitoraggio ha permesso verifiche immediate sulla Basilica, senza danni rilevati. La conservazione preventiva non elimina il rischio sismico. Riduce i tempi di risposta e, con essi, l’incertezza su cosa sia successo nei minuti successivi a una scossa.

Cosa insegna Assisi agli altri campanili italiani

Il modello sta già uscendo dai confini della Basilica. Sistemi analoghi, con caratteristiche diverse, sono stati installati sulla Torre di Pisa, sul Duomo di Milano, sulla Mole Antonelliana e su alcune chiese del cratere sismico del Centro Italia. Il patrimonio culturale italiano conta oltre 4.000 chiese vincolate e migliaia di torri civiche e campanili, molti in aree a rischio sismico medio o alto. Non tutti potranno essere monitorati come Assisi. Ma la logica è replicabile: pochi sensori posizionati nei punti critici, una piattaforma centrale, soglie tarate sulla storia di ciascun edificio. Per i piccoli comuni questo apre una possibilità concreta, soprattutto dove un campanile non è solo un monumento ma l’unico riferimento visibile da tre chilometri di distanza. La tecnologia non sostituisce restauratori, soprintendenze e maestranze. Aggiunge un livello di ascolto che prima del 26 settembre 1997 non esisteva — e che quel giorno, per quattro persone, arrivò troppo tardi.

Fonti

Sacro Convento di Assisi, comunicazioni ufficiali sul progetto Preserving Assisi; UNESCO World Heritage Centre, scheda “Assisi, the Basilica of San Francesco and Other Franciscan Sites”; Ministero della Cultura, documentazione sui danni e la ricostruzione post-sisma 1997; Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dati sulla sismicità dell’Umbria; Soprintendenza Archeologia Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria; pubblicazioni tecniche sul monitoraggio strutturale dei beni monumentali italiani (CNR-ITC, ENEA); rassegna stampa Rai Cultura e TGR Umbria sul ventennale del terremoto del 1997.