Infiorata di Genzano 2026, tre giorni nei Castelli Romani

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I Castelli Romani sono sedici comuni disposti sull’orlo di un vulcano spento, trenta chilometri a sud-est della capitale. Due crateri ospitano i laghi di Albano e di Nemi, separati da una dorsale di boschi di castagno. È l’angolo del Lazio dove Roma va da sempre a respirare. I papi ci hanno costruito la residenza estiva, i romani le ville del sabato. Dal 12 al 15 giugno il territorio vive il fine settimana più intenso del suo anno.

La 248ª Infiorata di Genzano copre via Italo Belardi con circa duemila metri quadrati di petali. Il tema 2026 celebra gli ottant’anni della Repubblica con il titolo «Fiorita nella pace». Attorno all’evento, i borghi dei due laghi compongono un itinerario di tre giorni. Si parte da Genzano il sabato mattina, si gira attorno ai crateri, si torna il lunedì sera. Otto tappe in trenta chilometri totali, tutte raggiungibili in auto o con i bus da Albano.

Genzano, il palazzo e le grotte dei petali

L’itinerario comincia dove finirà: a Genzano di Roma, sul versante esterno del cratere di Nemi. Il borgo sale dai 435 metri della piazza bassa verso la chiesa di Santa Maria della Cima. L’asse della festa è via Italo Belardi, la salita rettilinea che i genzanesi chiamano via Livia. In cima alla salita, Palazzo Sforza Cesarini apre le sue sale per le visite guidate del fine settimana. Il parco attiguo è l’unico giardino all’inglese dei Castelli, con lecci secolari sul ciglio del cratere. Dalle terrazze si vede il lago di Nemi centocinquanta metri più in basso, chiuso nel suo anello di boschi. Il palazzo fu dei Cesarini e poi degli Sforza, le due famiglie che disegnarono il borgo moderno. Le visite guidate durano circa un’ora e includono le sale affrescate del piano nobile.

Sotto il centro storico, le grotte comunali custodiscono il segreto logistico della festa. Nelle cavità scavate nella pietra vulcanica riposano petali ed essenze raccolti nelle settimane precedenti. La temperatura costante delle grotte mantiene i fiori freschi fino alla posa, e le visite sono aperte al pubblico. Qui si capisce la prima regola delle tradizioni floreali italiane: il tappeto dura un giorno, la preparazione dura mesi. Lo spelluccamento, la separazione dei petali dai gambi, impegna decine di volontari per settimane. I bozzetti ufficiali dei quadri sono esposti nella Sala Belvedere del palazzo comunale, visitabile fino a sera. Confrontare i disegni con i tappeti finiti è uno dei piaceri ricorrenti dei visitatori abituali. Le grotte si trovano a pochi passi dalla salita e l’ingresso è gratuito per tutta la manifestazione.

Nemi, lo specchio di Diana e le fragoline

Da Genzano si seguono cinque chilometri di strada sul bordo del cratere fino a Nemi. Il borgo più piccolo dei Castelli si raccoglie su uno sperone a picco sul suo lago. I Romani chiamavano questo specchio d’acqua Speculum Dianae, lo specchio di Diana. Sulla sponda settentrionale sorgeva il santuario di Diana Nemorense, meta di pellegrinaggi da tutto il Lazio antico. Sotto il paese, le serre coltivano le fragoline di bosco che hanno reso Nemi celebre in tutta Italia. La sagra dedicata si è svolta la prima domenica di giugno, ma le fragoline restano sui banchi tutta l’estate. I banchi del centro le vendono al naturale, con panna o dentro crostatine ancora tiepide. Il microclima del cratere, riparato dai venti, permette raccolti da maggio a ottobre.

Sulla riva del lago, il Museo delle Navi Romane conserva una delle storie più singolari del Novecento italiano. Tra il 1929 e il 1932 il livello del lago fu abbassato per recuperare due navi monumentali di epoca imperiale. Le attribuzioni le legano a Caligola, che le aveva fatte costruire come palazzi galleggianti per il culto di Diana. Un incendio le distrusse nella notte tra il 31 maggio e il 1° giugno 1944, durante l’occupazione tedesca. Il museo espone i modelli in scala, i materiali sopravvissuti e le ancore originali recuperate dal fondale. Dalla terrazza del borgo, la vista abbraccia l’intero cratere e arriva fino al mare di Anzio. Il palazzo baronale Ruspoli, in cima al paese, conserva la torre cilindrica medievale. Mezza giornata basta per il borgo, il museo e una sosta golosa sulla terrazza.

La notte dei petali in via Italo Belardi

Si rientra a Genzano nel tardo pomeriggio del sabato, quando la salita cambia natura. Dalle 19 in punto i maestri infioratori iniziano la posa dei petali sul selciato di via Italo Belardi. Prima vengono tracciati i contorni dei disegni con il gesso, seguendo i bozzetti approvati. Poi le squadre riempiono le campiture con petali, semi, foglie ed essenze vegetali, un colore alla volta. Il lavoro prosegue per tutta la notte sotto i riflettori, davanti a migliaia di persone che salgono e scendono. In piazza Tommaso Frasconi le danze tradizionali accompagnano la prima parte della serata fino alle nove. Alle nove, nel piazzale del palazzo, sfila la moda sotto il cielo di Genzano, appuntamento di lunga data. Tra una sezione e l’altra, i bar della salita restano aperti fino a notte fonda.

La tecnica è la stessa dal 1778, anno della prima edizione documentata negli archivi comunali. Allora alcuni residenti dell’asse centrale decorarono il selciato per il passaggio della processione. Oggi i quadri sono opera di squadre organizzate, ognuna responsabile di una sezione del tappeto. Ogni quadro richiede centinaia di chili di petali, selezionati per colore durante lo spelluccamento. Il tema repubblicano del 2026 porta sul selciato volti, date e simboli degli ottant’anni di storia nazionale. Chi resta fino a tarda notte vede nascere le figure dal buio, petalo dopo petalo, sezione dopo sezione. I maestri infioratori lavorano in ginocchio su assi di legno, per non toccare le campiture già finite. L’umidità della notte è un’alleata: mantiene i colori vivi fino alla mattina dell’inaugurazione.

La domenica del tappeto e la processione

La domenica mattina via Italo Belardi si presenta completa, e il colpo d’occhio ripaga la levataccia. Il tappeto sale verso Santa Maria della Cima come una navata all’aperto, incorniciata dalle facciate ottocentesche. L’inaugurazione ufficiale apre la giornata alla presenza delle autorità civili e religiose. Il richiamo agli ottant’anni della Festa della Repubblica attraversa tutti i quadri dell’edizione. Conviene arrivare prima delle dieci: nelle ore centrali la salita si riempie e si procede a passo d’uomo. Le ore migliori per le fotografie sono le prime del mattino, con la luce radente e pochi visitatori. I balconi delle case private lungo la salita offrono il punto di vista zenitale che le foto famose richiedono. Molti residenti aprono i portoni ai visitatori: chiedere con gentilezza funziona quasi sempre.

Nel pomeriggio la celebrazione eucaristica è presieduta dal vescovo di Albano, monsignor Vincenzo Viva. Segue la processione che attraversa il tappeto da capo a fondo, unico passaggio consentito sulle opere. È il momento che lega la festa alla sua origine religiosa, il Corpus Domini celebrato la settimana precedente. Il rito ripete un gesto antico: i fiori nascono per essere calpestati da chi porta il Santissimo Sacramento. Dopo il passaggio, il tappeto resta visibile e intatto fino alla sera del lunedì. Per chi arriva da Roma senza auto, il treno per Albano Laziale parte da Termini ogni ora. Dalla stazione di Albano, i bus di linea coprono i cinque chilometri fino a Genzano in venti minuti. La domenica sera il rientro è più lento: conviene aspettare il dopocena o partire prima delle sei.

Ariccia, il ponte e la porchetta

Da Genzano ad Ariccia sono tre chilometri lungo la via Appia, in direzione di Roma. Si entra in paese attraversando il ponte monumentale: trecentododici metri di lunghezza su tre ordini di arcate. L’opera fu inaugurata nel 1854 sotto Pio IX per superare la valle senza scendere nel fosso. Dal parapetto la vista cade per quasi sessanta metri sul verde della valle sottostante. Oltre il ponte si apre piazza di Corte, ridisegnata dal Bernini per i Chigi negli anni Sessanta del Seicento. La chiesa rotonda di Santa Maria Assunta e il palazzo ducale chiudono la scena barocca su due lati. Il Palazzo Chigi di Ariccia conserva arredi originali del Seicento ed è aperto alle visite. Qui Luchino Visconti girò gli interni del Gattopardo, scegliendo le sale al posto dei set ricostruiti.

Ariccia è la capitale riconosciuta della porchetta, e l’anniversario cade proprio in questi giorni. Il riconoscimento tra i prodotti IGP arrivò il 14 giugno 2011, quindici anni esatti prima di questa domenica. Le fraschette del centro storico la servono al taglio, su carta, con pane casareccio e vino dei Castelli. La sagra dedicata, nata nel 1950, torna a settembre dopo il rinvio dell’edizione 2025 per i lavori in piazza. Il disciplinare impone cottura lenta, rosmarino, pepe nero e aglio, niente altro. Una porzione media costa meno di dieci euro e vale da sola la deviazione di tre chilometri. Le coppiette, strisce di carne secca speziata, completano il repertorio delle fraschette storiche. Il pranzo della domenica richiede pazienza: i tavoli migliori si liberano dopo le due e mezza.

Castel Gandolfo e il lago Albano

Cinque chilometri oltre Ariccia, la strada scende sul cratere maggiore e raggiunge Castel Gandolfo. Il borgo si affaccia sul più profondo dei laghi vulcanici italiani, con fondali vicini ai centosettanta metri. In cima al paese, il Palazzo Apostolico è stato per quattro secoli la residenza estiva dei papi. Dal 2016 le sue sale sono aperte al pubblico come museo, insieme ai giardini delle Ville Pontificie. La piazza centrale conserva la fontana e la chiesa di San Tommaso da Villanova, ancora opera del Bernini. Nel fine settimana dell’Infiorata il borgo ospita anche il mercatino castellano, tra artigianato e antiquariato. La visita ai giardini richiede la prenotazione sul sito dei Musei Vaticani, meglio con qualche giorno di anticipo. Il borgo si gira in mezz’ora, ma la piazza al tramonto chiede una sosta lunga.

Il lungolago sotto il paese è il tratto più vissuto dei Castelli nelle sere d’estate. Qui si remò per le Olimpiadi di Roma 1960, quando il lago ospitò le gare di canottaggio. I pontili e la spiaggia libera si raggiungono in dieci minuti di discesa dal centro storico. L’acqua del cratere resta balneabile e fresca anche nelle settimane più calde della stagione. I chioschi sulla riva servono fritti di lago e birra fredda fino a mezzanotte. Per la notte conviene dormire qui o ad Albano: la domenica sera i parcheggi di Genzano restano pieni. Un sentiero ad anello di dieci chilometri percorre l’intero perimetro del cratere in tre ore. Chi preferisce l’acqua può noleggiare canoe e pedalò ai pontili della riva occidentale.

Rocca di Papa e la via Sacra

Il lunedì mattina si sale al punto più alto abitato dei Castelli, sette chilometri da Castel Gandolfo. Rocca di Papa si arrampica fino a quota 680, con il quartiere medievale dei Bavaresi stretto sotto la rocca. I vicoli salgono a gradoni tra case in pietra vulcanica, fioriere e panni stesi tra le finestre. Dal belvedere superiore lo sguardo scavalca il cratere e arriva a Roma, riconoscibile nelle giornate limpide. Il paese è la porta del Parco regionale dei Castelli Romani, che protegge boschi e crateri dell’intero territorio. Dalla parte alta dell’abitato parte il sentiero più antico della zona, la via Sacra dei Latini. Il nome del quartiere ricorda i soldati bavaresi acquartierati qui nel Trecento da Ludovico il Bavaro. Un caffè nella piazzetta alta, prima della salita, è il rituale giusto per cominciare.

Il basolato romano sale nel bosco verso Monte Cavo, novecentoquarantanove metri, seconda vetta dei Colli Albani. Su questa strada i popoli della Lega Latina salivano al tempio di Giove Laziale, santuario federale dell’età arcaica. Del tempio non restano alzati visibili, ma il basolato originale accompagna quasi tutta la salita. Il percorso dal paese richiede un’ora abbondante di cammino, con pendenze regolari e fondo ombreggiato. Dalla vetta lo sguardo tiene insieme i due laghi, la pianura pontina e il Tirreno. Le informazioni sui sentieri sono pubblicate dall’ente Parco dei Castelli Romani, con mappe scaricabili. Servono scarpe chiuse e una bottiglia d’acqua: lungo la salita non ci sono fontanili. Nelle giornate di vento da nord, dalla cima si distinguono le isole Pontine all’orizzonte.

Lo spallamento dei bambini e il rientro

Nel pomeriggio del lunedì si torna a Genzano per la chiusura, dieci chilometri di discesa tra i vigneti. Il corteo storico «A ritroso nel paese» sfila tra i quadri ancora intatti, in costume ottocentesco. Il concerto itinerante della banda cittadina accompagna le ultime ore di vita del tappeto. Alle sette di sera arriva il momento che i genzanesi aspettano da quattro giorni. I bambini del paese si lanciano di corsa lungo la salita e disfano il tappeto con i piedi. Lo spallamento chiude ogni edizione da generazioni: l’opera effimera muore per mano di chi la erediterà. I genitori aspettano ai lati con i telefoni alzati, i nonni commentano le edizioni passate. In pochi minuti restano soltanto strisce di colore sul selciato, come una tavolozza rovesciata.

Il gesto sembra una distruzione ed è invece il senso intero della festa. I quadri nascono per durare due giorni, e la loro fine è programmata quanto la loro nascita. I petali calpestati vengono raccolti nella notte, e la salita torna selciato fino al prossimo giugno. Per il rientro a Roma si segue l’Appia verso nord, trenta chilometri fino alle mura Aureliane. In treno, da Albano Laziale a Termini il viaggio dura meno di un’ora. Chi parte la mattina dopo può fermarsi a Frascati per un bicchiere di bianco, ultima cartolina dei Castelli. Le fraschette aprono anche il lunedì sera, per chi vuole chiudere il viaggio a tavola. L’Appia antica corre parallela alla statale: pochi chilometri a piedi tra i basoli valgono l’ultima deviazione.