
Picinisco sorge a 725 metri di quota, su un’altura rocciosa della Val di Comino, al confine tra Lazio, Abruzzo e Molise. Qui vive poco più di un migliaio di persone, distribuite tra il centro storico medievale e le frazioni sparse sui circa 62 chilometri quadrati del comune. Una parte ampia del territorio ricade nelle aree protette del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise: il vicino di casa, da queste parti, può essere un orso marsicano, un camoscio appenninico o un lupo che attraversa i versanti del Monte Meta. Il borgo conserva tracce di mura poligonali, un castello medievale, chiese documentate dall’XI secolo e un pecorino DOP riconosciuto a livello europeo. Poco più in basso, nella valle, scorrono il Mollarino e il Melfa, che sgorga dalla roccia calcarea nella Valle di Canneto.
Dai Sanniti alla Linea Gustav, mille anni di passaggi
Nel 1017 i principi di Capua Pandolfo III e Pandolfo IV concessero al Monastero di Montecassino la chiesa di San Valentino, collocata ai confini della Contea Cominense nel territorio di Piczinisci. È una delle prime attestazioni scritte del nome di Picinisco. Prima di allora l’area era stata abitata da popolazioni sannitiche e poi inserita nell’orbita romana. Nel 1054 i conti dei Marsi Oderisio II e Rainaldo III costruirono il castello e fortificarono il borgo. Da lì in poi i passaggi di dominio si susseguirono: d’Aquino, Cantelmo, Borgia, Navarro, Cardona, Di Capua, Gallio. Nel Mezzogiorno medievale e moderno Picinisco non fu mai un luogo isolato, ma un punto di controllo tra valle, montagna e vie di transito.
Il passaggio più duro arrivò dopo l’8 settembre 1943. Il paese si trovò nell’area della Linea Gustav, subì bombardamenti e occupazione tedesca, poi fu liberato nella primavera del 1944 dal Corpo Italiano di Liberazione. Le montagne che per secoli avevano protetto il borgo diventarono allora una linea militare. È una costante della storia di Picinisco: la geografia decide molto prima degli uomini.
Il castello, sei porte e il platano al centro
Il castello di Picinisco occupa la parte più alta del centro storico. Si riconoscono ancora torri, cortine murarie, tratti a scarpa, cammini di ronda e aperture difensive adattate alla morfologia del rilievo. La torre cilindrica centrale fu danneggiata dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale e resta uno dei segni più visibili della frattura novecentesca dentro una struttura medievale.
Dentro le mura, sei porte segnano gli accessi storici: Porta Saracena, Porta Codarda, Porta Rione, la Portella, Porta della Prece e Porta degli Orologi. La Saracena era l’ingresso principale originario, poi sostituito dalla Porta degli Orologi con l’espansione del borgo. La spina dorsale del centro è via Maggiore, oggi via G. Ferri, che collega piazza Ernesto Capocci a piazza Fucina. Al centro di piazza Capocci, davanti al palazzo degli orologi, cresce un platano monumentale. La piazza è costruita come un terrazzo in quota: dalla ringhiera si vede l’intera valle, e ci si ferma anche quando non si aveva nessuna intenzione di farlo.
La chiesa del 1110 e il campanile che era una torre
La Chiesa di Santa Maria Assunta viene menzionata nel 1110, nella bolla di papa Pasquale II al vescovo di Sora Goffrido. È edificata su resti più antichi, fuori dal perimetro del centro storico, con impianto romanico a tre navate, atrio e soffitto a capriate lignee. All’interno conserva un affresco databile al XIV secolo. La Collegiata di San Lorenzo, costruita nel 1305 e ampliata in fasi successive, conserva un organo a canne settecentesco e presenta tre navate, cori e cappelle laterali.
Il campanile dell’XI secolo è la parte più antica: in pietra lavorata, con scala interna a chiocciola, nacque probabilmente come torre di avvistamento militare. La conversione a campanile avvenne in una fase successiva che nessun documento precisa del tutto. Fuori dal paese, nella Valle di Canneto, sorge il Santuario della Madonna di Canneto, attestato dall’alto medioevo e legato a un precedente luogo di culto pagano dedicato alla dea Mefiti. Anche qui, come spesso nell’Appennino centrale, un santuario cristiano raccoglie e trasforma una memoria più antica.
D.H. Lawrence in viaggio nel dicembre 1919
Nel dicembre 1919 lo scrittore David Herbert Lawrence arrivò a Picinisco con la moglie Frieda. Si fermarono nel borgo per circa due settimane, ospiti nella casa di Orazio Cervi, in località Serre. Il soggiorno lasciò traccia nelle pagine iniziali di The Lost Girl, pubblicato nel 1920, dove Picinisco compare trasfigurato in un paesaggio di neve, montagna e distanza dal mondo urbano. Lawrence non descrive un borgo pittoresco nel senso turistico del termine: registra freddo, silenzio, isolamento, una durezza quasi minerale.
Il paese ha trasformato quel passaggio in memoria culturale attraverso premi, incontri letterari e iniziative dedicate al rapporto tra Lawrence, la Val di Comino e la scrittura. La leggenda locale tende a semplificare: Lawrence amò o odiò Picinisco. I documenti raccontano qualcosa di più interessante: ci restò, la osservò, la portò dentro un romanzo pubblicato a Londra l’anno dopo.
Il pecorino DOP e la transumanza che continua
Il Pecorino di Picinisco DOP ha ottenuto la Denominazione di Origine Protetta dall’Unione Europea nel 2013. È un formaggio a latte crudo e pasta cruda, prodotto con latte ovino delle razze Sopravissana, Comisana, Massese o loro incroci; è ammesso anche l’uso di latte caprino locale fino a una percentuale massima prevista dal disciplinare. Le tipologie sono due: Scamosciato, con stagionatura da 30 a 60 giorni, e Stagionato, con maturazione oltre 90 giorni. Le erbe dei pascoli, i prati naturali, l’altitudine e il tipo di allevamento incidono direttamente sul profilo aromatico del formaggio.
La transumanza e la monticazione estiva restano pratiche vive in parte del territorio. Alcune famiglie portano ancora le greggi verso i pascoli più alti, in particolare nell’area dei Prati di Mezzo. Non è folklore da fotografare a distanza: è una forma di gestione concreta dello spazio montano, del latte, del formaggio e del rapporto tra animali e paesaggio. Le manifestazioni dedicate alla pastorizia, come Pastorizia in Festival, servono proprio a rendere visibile questo sistema di saperi: non un residuo del passato, ma una competenza ancora necessaria.
Poco più di mille abitanti e il Parco che cambia tutto
Nel 1984 un terremoto danneggiò il centro storico di Picinisco, costringendo a interventi di restauro protrattisi per anni. Gli abitanti, che nel dopoguerra erano molti di più, oggi sono poco più di un migliaio. Il calo ha colpito soprattutto le frazioni di montagna, come in molti centri dell’Appennino interno. Ma il dato demografico non esaurisce la storia recente del paese. La presenza del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise ha modificato il rapporto tra Picinisco e il suo territorio: sentieri, pascoli, fauna, arrampicata, escursionismo e turismo naturalistico sono diventati parti importanti dell’economia locale.
La falesia delle Morge del Corvo, i percorsi verso Prati di Mezzo, la valle del Melfa e i paesaggi delle Mainarde hanno spostato l’attenzione dal solo centro storico all’intero territorio comunale. Picinisco non è un borgo chiuso dentro le sue mura: è una soglia tra valle e alta montagna. Il suo futuro dipende dalla capacità di tenere insieme tre elementi che qui non possono essere separati: patrimonio medievale, pastorizia e natura protetta.
