Piazza Grande a Gubbio è ancora identica al 2000. Stessi sampietrini, stesso dislivello pensile, stessa quinta del Palazzo dei Consoli che chiude il lato nord. Era lì che Don Matteo iniziò a girare le prime scene per Rai 1 — Terence Hill in tonaca nera, bicicletta appoggiata al muro, la piazza vuota alle sei di mattina. Dalla nona stagione, nel 2014, la produzione si è spostata a Spoleto. Piazza Duomo è diventata il nuovo centro visivo della serie. Don Matteo, fiction Lux Vide e Rai Fiction ideata da Enrico Oldoini, ha attraversato oltre due decenni e quattordici stagioni con regie alternate. Le città sono reali: nessun set ricostruito, nessun capannone. Il pubblico le ha imparate inquadratura dopo inquadratura, senza saperlo. L’Umbria che compare nella serie non è generica. È una geografia precisa, costruita su due centri storici molto diversi tra loro: Gubbio compatta e verticale fino all’ottava stagione, Spoleto monumentale e aperta dalla nona in poi.
La mappa televisiva dell’Umbria reale
A Gubbio la parrocchia esterna è la Chiesa di San Giovanni Battista, in via San Giovanni; gli interni vengono girati nella Chiesa di San Marziale, a cento metri di distanza. La caserma dei Carabinieri corrisponde alla facciata di Palazzo Pretorio, su Piazza Grande, con il Palazzo dei Consoli che chiude la quinta. Le scene in bicicletta attraversano via Piccardi, via Savelli, via Galeotti e via Baldassini — un tracciato fisso, sempre lo stesso, riconoscibile dopo vent’anni di puntate. A Spoleto la scala cambia radicalmente. La Basilica di Sant’Eufemia, in via dell’Arringo, è la nuova chiesa di Don Matteo: facciata romanica a tre arcate cieche, XI secolo, a novanta metri da Piazza Duomo. Palazzo Bufalini, con il suo portale cinquecentesco, diventa la caserma. Il Teatro Caio Melisso — un teatro del Seicento — funziona da parlatorio del carcere. Le abitazioni del maresciallo Cecchini e del capitano Tommasi sono in via Fontesca. Ogni location è reale. Zero ricostruzione.
La struttura narrativa che genera i luoghi
Don Matteo è un poliziesco corale: un parroco aiuta i carabinieri a risolvere casi, una comunità di personaggi fissi attraversa episodi autoconclusivi. Questa struttura richiede tre spazi ricorrenti — chiesa, caserma, piazza — e ha bisogno di una geografia che li metta in rapporto diretto. A Gubbio la distanza tra San Giovanni Battista e Palazzo Pretorio è di circa 200 metri in salita. Il percorso in bicicletta non è ornamento: è parte della narrazione. Serve tempo per andare dalla chiesa alla caserma, e quel tempo racconta qualcosa sul personaggio. A Spoleto la Basilica di Sant’Eufemia e Palazzo Bufalini si affacciano sulla stessa Piazza Duomo. Il movimento si fa più scenografico, meno fisico. La bicicletta resta, ma il paesaggio che percorre è cambiato. Non è una differenza estetica. È una differenza di ritmo: Gubbio costruisce tensione attraverso lo spazio chiuso, Spoleto la dissolve nell’apertura della piazza.
Le riprese nei centri storici e l’organizzazione produttiva
Le riprese a Gubbio iniziarono nell’autunno 1999 e proseguirono per otto stagioni fino al 2011. Lux Vide e Rai Fiction lavoravano con il Comune e la Film Commission dell’Umbria per gestire le chiusure temporanee del centro. Le strade medievali hanno una larghezza media tra i 3 e i 5 metri. Questo impone la macchina da presa fissa, movimenti laterali ridotti, un certo tipo di racconto per forza di cose. Dal 2014 la produzione si è trasferita a Spoleto. La scelta fu legata anche all’esigenza di rinnovare l’immagine visiva dopo otto stagioni sulla stessa città. Spoleto offre piazze più ampie — la Cattedrale di Santa Maria Assunta, la Rocca Albornoziana, il Ponte delle Torri — e consente inquadrature larghe che a Gubbio erano semplicemente impraticabili. Le riprese coinvolgono circa duecento persone tra cast e troupe, con permessi pluriennali concordati con le amministrazioni comunali. I giorni di chiusura al traffico vengono comunicati con settimane di anticipo.
Come la macchina da presa attraversa i due centri
A Gubbio prevale l’inquadratura stretta. Vicoli larghi pochi metri, prospettive verticali sulle facciate in pietra grigia del Subasio, camera fissa. Il centro medievale è compatto — 912 metri di cinta muraria, costruita tra il XIII e il XIV secolo — e la macchina da presa lavora dentro la sua scala, non contro. A Spoleto cambia tutto. Piazza Duomo si apre in lieve declivio davanti alla Cattedrale, permettendo campi lunghi e riprese dall’alto. Il Ponte delle Torri — XIV secolo, 230 metri di lunghezza, 80 di altezza sul fondovalle — consente vedute panoramiche che a Gubbio non esistevano. Anche la bicicletta cambia funzione: a Gubbio era movimento dentro uno spazio chiuso, a Spoleto diventa elemento riconoscibile sulla scala aperta delle piazze. C’è un’inquadratura ricorrente nella nona stagione: Don Matteo che attraversa Piazza Duomo in bicicletta con la Cattedrale sullo sfondo. A Gubbio quell’inquadratura non sarebbe mai stata possibile. Lo spazio non lo avrebbe permesso.
Cineturismo seriale e immaginario collettivo
Don Matteo è un caso particolare nel panorama italiano. Poche fiction Rai hanno costruito un legame così stretto tra serie e luogo. Il cineturismo seriale trova nel Commissario Montalbano un paragone diretto: Scicli, Ragusa e Punta Secca dal 1999, con un meccanismo analogo — location reali, ricorrenza pluriennale, identificazione tra personaggio e territorio. Don Matteo opera però su due città consecutive, costruendo un cineturismo che si è spostato geograficamente nel tempo. La chiesa nella serie non è un edificio generico. È la Basilica di Sant’Eufemia con la sua facciata romanica. La caserma non è una facciata qualunque: è Palazzo Bufalini, con il portale cinquecentesco che si riconosce dopo una puntata sola. La fiction ha reso questi edifici familiari a un pubblico nazionale che li associa prima alla serie e poi alla loro funzione storica. L’ordine si inverte. Per molti visitatori, arrivare a Spoleto significa prima cercare Palazzo Bufalini, poi capire cos’è Palazzo Bufalini.
Cosa resta oggi nelle due città
A Gubbio il Comune ha mantenuto percorsi tematici legati alle prime otto stagioni, nonostante le riprese siano cessate nel 2011. Piazza Grande, Palazzo Pretorio e la Chiesa di San Giovanni Battista compaiono nelle mappe turistiche con riferimento esplicito alla serie — una serie che qui non si gira più da oltre dieci anni. Funziona ancora. A Spoleto l’effetto è più recente: dal 2014 i flussi turistici collegati a Don Matteo sono cresciuti in modo documentato, con itinerari organizzati che toccano Piazza Duomo, via Fontesca, Palazzo Bufalini e il Teatro Caio Melisso. La Regione Umbria e i Comuni hanno integrato la fiction nelle strategie di promozione territoriale. Il dato che tiene insieme tutto è la durata: oltre vent’anni di programmazione su Rai 1, con ascolti medi tra i sei e i sette milioni di spettatori per puntata. Gubbio e Spoleto, nell’immaginario televisivo italiano, sono ormai la tonaca nera e la bicicletta. Poi, eventualmente, il resto.

