La fioritura di Castelluccio che cambia ogni anno

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Piani di Castelluccio in fioritura con strisce di papaveri rossi e fiordalisi azzurri sul Pian Grande in Umbria
Piani di Castelluccio in fioritura con strisce di papaveri rossi e fiordalisi azzurri sul Pian Grande in Umbria

Tra fine maggio e inizio giugno, quando la neve si scioglie sopra i 1.500 metri dei Piani di Castelluccio, il terreno si scalda in poche settimane e fa partire una corsa. Sui 20 chilometri quadrati di altopiani carsici del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, in Umbria, decine di specie spontanee germogliano contemporaneamente nei campi di lenticchia. Papaveri (Papaver rhoeas), fiordalisi (Centaurea cyanus), senape selvatica e violette colorano il Pian Grande, il Pian Piccolo e il Pian Perduto a strisce e a chiazze. Il picco visivo non ha una data fissa: si sposta ogni anno di una settimana o più, perché dipende dalla quantità di neve invernale, dalle piogge di aprile e dalle temperature di maggio. Quando questi tre fattori si allineano, la fioritura di Castelluccio esplode tutta insieme. Quando non si allineano, le specie fioriscono in successione lenta, con i colori più sfumati distribuiti su sei settimane invece di sette-dieci giorni. Chi arriva il fine settimana sbagliato può trovare un altopiano quasi verde.

Perché i Piani di Castelluccio sono un ecosistema unico

I Piani di Castelluccio si trovano a quota media di circa 1.500 metri, in una conca chiusa tra i Monti Sibillini. Sono altopiani carsici, formati dallo scioglimento della roccia calcarea che ha creato fondi piatti e privi di drenaggio superficiale. L’acqua piovana e quella di fusione filtrano nel sottosuolo attraverso fessure chiamate inghiottitoi, scomparendo dalla superficie. In inverno la conca funziona come una trappola fredda: l’aria gelida ristagna sul fondo e le temperature scendono regolarmente sotto i -20 gradi. Quattro o cinque mesi di neve. In estate il fondo si scalda fino a 30 gradi nelle ore centrali. Questa escursione termica annua di oltre 50 gradi seleziona piante resistenti, capaci di completare il ciclo vegetativo in poche settimane, non per adattamento lento, ma perché le altre non sopravvivono. Il Pian Grande misura circa 15 chilometri quadrati ed è il più esteso dei tre.

Come la neve invernale decide la fioritura di giugno

La quantità di neve caduta tra dicembre e marzo determina quanta acqua sarà disponibile in primavera. Una stagione con due metri di accumulo rilascia umidità nel terreno fino a fine giugno. Una con mezzo metro lascia il suolo asciutto già a metà mese. Le specie spontanee dei Piani hanno semi che germinano solo quando la temperatura del suolo supera stabilmente i 10 gradi — quel momento arriva tra fine aprile e metà maggio, ma può variare di tre settimane da un anno all’altro. Se le piogge di aprile sono scarse, i semi germinano lentamente e la fioritura si distribuisce su sei settimane. Se aprile è piovoso e maggio caldo, germinano tutti insieme. Il picco dura sette-dieci giorni. Per questo lo stesso fine settimana di luglio può mostrare un Pian Grande giallo di senape un anno e violetto di fiordalisi quello successivo. Il meccanismo è preciso: quello che sembra capriccio è solo la somma di tre variabili che nessuno controlla.

Il legame tra la lenticchia e i fiori spontanei

La lenticchia di Castelluccio (Lens culinaris) viene coltivata su questi piani da almeno mille anni. È una leguminosa che fissa l’azoto atmosferico nel suolo grazie a batteri simbionti delle radici, arricchendo la terra senza concimi chimici. I contadini di Castelluccio non usano diserbanti: la lenticchia ha una pianta troppo bassa e fragile per resistere ai trattamenti. È una limitazione agronomica che ha prodotto, per secoli e per caso, uno dei paesaggi più fotografati d’Italia. Questa assenza di chimica permette ai semi delle specie spontanee di sopravvivere nel terreno e germinare ogni primavera insieme alla coltura. Papaveri, fiordalisi, camomille e senape crescono tra le file della lenticchia. Quando la lenticchia inizia a fiorire, in giugno, i campi sono già coperti dai fiori selvatici. Le api e i bombi che impollinano i fiori spontanei impollinano anche la lenticchia: secondo i dati del Consorzio IGP, senza questa rete di insetti la resa della coltura calerebbe in modo misurabile.

I fiori che dipingono il Pian Grande a strisce

Il papavero comune apre i petali rosso scarlatto a fine maggio e fiorisce per circa tre settimane. Cresce dove il terreno è stato lavorato di recente, perché i semi germinano solo a contatto con la luce. Il fiordaliso azzurro fiorisce dieci-quindici giorni dopo, prediligendo i bordi dei campi. La senape selvatica (Sinapis arvensis) copre interi appezzamenti di giallo intenso a giugno — centinaia di semi per pianta, una diffusione che non lascia spazio a mezze misure. La camomilla bastarda crea zone bianche tra le file di lenticchia. I narcisi (Narcissus poeticus) fioriscono prima di tutti, in maggio, sui prati ai margini dei piani, non nei campi coltivati. Il violetto del fiordaliso e il giallo della senape si dispongono spesso a strisce parallele perché seguono le file di semina. Dall’alto, il Pian Grande mostra fasce di colori contrapposti larghe anche decine di metri. Quella geometria di colori ha un’origine agraria, non estetica: è il disegno della semina rimasto impresso sul terreno.

Perché queste piante completano il ciclo in otto settimane

A 1.500 metri la stagione vegetativa dura solo da maggio a settembre. Le specie annuali dei Piani hanno un ciclo accelerato per stare dentro questa finestra. Germinano quando il suolo raggiunge i 10 gradi, fioriscono in quattro-sei settimane, producono semi in altre due e seccano prima delle gelate di ottobre. Il papavero completa l’intero ciclo in circa 70 giorni. Un singolo fiore vive 24-48 ore. Per compensare, una pianta apre 20-30 fiori in successione, uno dopo l’altro, come se stesse gestendo una riserva. I semi sono piccoli e numerosi, capaci di restare dormienti nel terreno per anni se le condizioni non sono favorevoli. Questa strategia, detta annualità rapida, è documentata nelle specie adattate alle quote elevate dove la finestra utile è inferiore a cinque mesi.

Il Parco dei Sibillini e il futuro della fioritura

Il Parco Nazionale dei Monti Sibillini è stato istituito nel 1993 (EUAP n. 0008) e protegge oltre 70.000 ettari tra Umbria e Marche. Nei fine settimana di picco arrivano oltre 30.000 persone al giorno. Il calpestio compatta il suolo e danneggia le piante in fiore. Dal 2017 il borgo di Castelluccio, distrutto dal terremoto di quell’anno, è in lenta ricostruzione. Gli agricoltori sono tornati a seminare la lenticchia anche tra le macerie, un dettaglio che dice qualcosa sulla relazione tra queste persone e questo terreno. Senza coltivazione, la vegetazione spontanea cambierebbe composizione e il paesaggio cromatico dei piani con essa. Il Parco regola gli accessi con navette obbligatorie nei giorni di maggiore afflusso. La ricerca botanica registra oggi un anticipo del picco fiorale di circa cinque-sette giorni rispetto ai valori rilevati vent’anni fa. Pochi giorni, visti dall’esterno. Abbastanza, se si studia questo posto da decenni.