Edward Morgan Forster non era a Cortina per scrivere un romanzo. Era lì nel 1902 per riposarsi, e quello che vide — un borgo alpino che stava cambiando faccia a velocità impressionante — lo disturbò abbastanza da trasformarlo in un racconto. Riproponiamo L’attimo eterno (Einaudi, 1905) in concomitanza con le Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026: quando un territorio torna al centro dell’attenzione mondiale, rileggere chi ne ha previsto le contraddizioni un secolo prima non è nostalgia — è una necessità critica. Il racconto inventa Vorta, un borgo letterario che funziona come specchio deformante di Cortina d’Ampezzo: non descrive il posto com’è, ma mostra cosa sta diventando. La montagna smette di essere paesaggio e diventa problema morale. È ancora così.
Trama e temi
L’attimo eterno segue il ritorno di Miss Raby, scrittrice inglese di successo, nel villaggio di Vorta — l’attuale Cortina d’Ampezzo, nel Veneto — vent’anni dopo averlo reso famoso con un suo romanzo. Quello che trova non somiglia a quello che ricordava: il borgo si è trasformato in una stazione turistica affollata, e la sua scrittura ne è la causa. Forster pone una domanda scomoda: un luogo esiste in quanto tale, o esiste solo finché qualcuno non ci scrive sopra un libro? Il tema della “colpa” della letteratura nel consumare i territori è il vero motore del racconto, più dell’intreccio e più dei personaggi. L’incontro con un vecchio abitante ormai irriconoscibile completa il quadro: il territorio non è un museo che aspetta il visitatore. È un organismo che reagisce, che cambia, che alla fine si difende smettendo di essere quello che era.
Geografia narrativa
Forster costruisce il racconto su una mappa della delusione. Vorta appare per la prima volta come una visione: una nave bianca sul mare di prati verdi, con le vette delle Alpi dolomitiche che sembrano fragili nella luce serale. È quello che Miss Raby ricorda. Poi arriva la realtà: nuove costruzioni alberghiere, strade asfaltate, turisti. La geografia narrativa del racconto funziona così. Lo spazio che il lettore vede attraverso gli occhi della protagonista non corrisponde mai allo spazio fisico che lei attraversa davvero. Più cerca l’antico sentiero, più trova segnali di una civiltà che ha rimpiazzato la natura. Questo scarto tra ricordo e visione attuale è il meccanismo narrativo centrale del testo: il territorio letterario di Vorta è una trappola topografica e Miss Raby ci è caduta dentro due volte, prima scrivendoci sopra un libro, poi tornandoci a cercarlo.
Scrittura e stile
Forster scrive con una precisione quasi chirurgica, ma senza mai diventare freddo. Il suo registro — il tono che sceglie per raccontare — oscilla tra la descrizione documentaristica e un’ironia sottile che non grida mai, ma si sente. Le Dolomiti vengono descritte come montagne i cui «pinnacoli apparivano fragili»: non c’è enfasi, non c’è ammirazione dichiarata — c’è solo un’osservazione che dice tutto sulla precarietà di quello che stiamo guardando. La scelta stilistica più interessante riguarda i nomi: Anpezo diventa Vorta, Cortina diventa un’altra cosa. Rinominare un posto è un atto di appropriazione — e Forster lo sa, e lo usa contro la sua stessa protagonista, che ha fatto esattamente questo con il suo romanzo precedente. La prosa non descrive il paesaggio: ne mima la tensione, si contrae e si dilata insieme al territorio che sta raccontando.
Il territorio oggi
Cortina si prepara alle Olimpiadi con investimenti infrastrutturali che il territorio alpino non aveva mai visto a questa scala. Se all’epoca di Forster la preoccupazione erano i primi grandi alberghi, oggi il dibattito riguarda la sostenibilità di un modello turistico che deve bilanciare il prestigio internazionale con la tutela degli ecosistemi d’alta quota. I dati demografici raccontano una storia precisa: i residenti storici diminuiscono costantemente, il valore immobiliare cresce in modo verticale, il borgo si trasforma in una cittadella del lusso stagionale. Le Dolomiti UNESCO — riconoscimento ottenuto nel 2009 — aggiungono un paradosso irrisolto: la protezione ufficiale convive con una pressione antropica che nessun decreto riesce davvero a contenere. Forster aveva già visto tutto questo. Lo aveva chiamato con un altro nome, ma era la stessa cosa.
Riferimenti letterari
Il confronto più utile è con Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi, 2016): anche lì c’è un ritorno alla montagna, anche lì c’è la domanda su cosa resta di un luogo dopo che te ne sei andato. Ma in Cognetti il ritorno funziona — la montagna può ancora riparare qualcosa, può ancora restituire un’identità. In Forster no: il luogo è già perduto nel momento stesso in cui viene narrato, e il ritorno non fa che confermare il danno. Un secondo riferimento necessario è La montagna incantata di Thomas Mann (1924): entrambi usano l’altitudine come dispositivo narrativo, ma con direzioni opposte. In Mann la montagna è una soglia verso l’alto, verso la metafisica, verso l’astrazione. In Forster la valle d’Ampezzo è una soglia verso il basso, verso la caduta etica di una borghesia europea che trasforma tutto ciò che tocca in merce.
Perché leggerlo
Chi va a Cortina per le Olimpiadi troverà un posto che funziona benissimo come macchina dello spettacolo sportivo. Chi vuole capire cosa c’era prima, cosa si è perso e perché, ha bisogno di uno strumento diverso — e i reportage giornalistici non bastano, perché descrivono l’effetto senza nominare il meccanismo. L’attimo eterno quel meccanismo lo ha già descritto nel 1905: Forster ha fatto il sopralluogo, ha lasciato la perizia scritta, e quella perizia è ancora valida. Leggendolo capisci che l’overtourism non è un’invenzione recente — è una dinamica intrinseca alla modernità, e i luoghi che subiscono oggi le stesse pressioni di Cortina stanno rivivendo qualcosa che Forster aveva già visto. Cosa resta di un posto quando smette di essere abitato e comincia a essere solo visitato? Non è una domanda retorica. È la domanda del libro.
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