Il grifone torna a volare sul Monte Meta

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Se alzate lo sguardo verso il cielo del Monte Meta, a 2.242 metri di quota al confine tra Lazio, Abruzzo e Molise, vedete grandi ombre disegnare cerchi lenti nell’azzurro. Sono i grifoni (Gyps fulvus), i più grandi rapaci dell’Appennino centrale, tornati a nidificare su queste montagne dopo decenni di assenza. Un adulto pesa fino a undici chilogrammi e apre le ali per quasi tre metri: quando volteggia a duecento metri d’altezza, le sue dimensioni si vedono a occhio nudo. Il massiccio del Meta, compreso nel Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, offre a questi uccelli tutto ciò di cui hanno bisogno: valli aperte per il volo planato, correnti ascensionali potenti lungo i versanti rocciosi, pareti verticali per nidificare lontano da ogni disturbo. Nelle aree protette dell’Appennino centrale, il grifone è tornato protagonista di un ecosistema che aveva perduto uno dei suoi spazzini più importanti da quasi un secolo.

Come riconoscere un grifone a tremila metri di distanza

Il grifone è difficile da confondere con altri rapaci appenninici come l’aquila reale (Aquila chrysaetos), se si conoscono i dettagli giusti. Le ali sono enormemente larghe, con le penne primarie ben separate tra loro come le dita di una mano aperta: questo adattamento permette di sfruttare ogni corrente ascensionale senza sprecare energia muscolare. Il piumaggio fulvo riveste il corpo e la parte superiore delle ali, mentre le penne remiganti e la coda rimangono di colore scuro. La coda è corta e squadrata, mai a ventaglio come quella del nibbio. Il lungo collo nudo viene tenuto ripiegato durante il volo planato, creando un profilo a S riconoscibile anche a grande distanza. Quando si posa sulle pareti rocciose, solleva la testa e allarga leggermente le ali per disperdere il calore, scrutando le valli sottostanti. A tremila metri di distanza, la sagoma ampia con le primarie aperte è già identificabile con un binocolo da trekking.

Il becco che apre una carcassa in dieci minuti

Il grifone trascorre fino a otto ore al giorno volteggiando sopra il massiccio del Meta, scrutando i versanti con una vista otto volte più potente di quella umana. Da mille metri di quota riesce a individuare una carcassa di cervo nascosta tra i faggi del fondovalle. Quando scende in picchiata verso il bersaglio, gli altri esemplari che volteggiavano nelle vicinanze convergono rapidamente: in pochi minuti si forma un gruppo di venti o trenta individui. Il becco robusto e uncinato lacera la pelle spessa degli ungulati con grande efficienza. Il lungo collo privo di piume permette di raggiungere l’interno delle carcasse senza sporcare le penne di volo, che verrebbero compromesse dall’umidità dei tessuti. In questo modo il grifone svolge una funzione ecologica decisiva: elimina le carcasse prima che diventino focolai di malattia per cervi, caprioli e camosci appenninici (Rupicapra pyrenaica ornata), proteggendo l’intero ecosistema montano.

Perché il Monte Meta crea le correnti ideali per il volo

Il Monte Meta domina un territorio di oltre quarantamila ettari tra tre regioni, con versanti esposti a sud che generano correnti termiche potenti già dalla mattina. I grifoni sfruttano queste colonne d’aria calda che salgono dai pendii soleggiati per guadagnare quota senza battere le ali, risparmiando energia durante le lunghe ore di perlustrazione. Le imponenti pareti calcaree verticali, alte fino a trecento metri sul versante nord, non solo proteggono i nidi dai predatori terrestri, ma producono turbolenze ascensionali utili al decollo nelle prime ore del mattino, quando le termiche tardano a formarsi. A quote tra 1.800 e 2.200 metri, le temperature rimangono fresche anche d’estate: condizione favorevole per uccelli di queste dimensioni, che rischiano il surriscaldamento in volo prolungato a bassa quota. La presenza costante di cervi, caprioli, cinghiali e ovini nelle valli garantisce disponibilità di cibo durante tutto l’anno.

Cinquanta coppie che nidificano sulla stessa parete

A differenza dell’aquila reale, che nidifica in coppie isolate difendendo aggressivamente il territorio, i grifoni formano colonie con diverse decine di coppie ravvicinate sulle stesse pareti rocciose. Le verticali sul versante nord del Monte Meta ospitano i nidi su cenge tra 1.900 e 2.100 metri di quota. Ogni nido è una struttura voluminosa costruita con rami secchi e materiale vegetale, rinnovata ogni anno con l’aggiunta di nuovo materiale sopra quello della stagione precedente. La femmina depone un singolo uovo tra gennaio e marzo: entrambi i genitori lo covano per circa cinquantacinque giorni, alternandosi regolarmente sul nido. Il pulcino resta al nido per quattro mesi, nutrito con cibo rigurgitato dai genitori. La nidificazione coloniale offre un vantaggio concreto: i giovani osservano gli adulti al rientro e imparano dove trovare cibo nelle valli, costruendo una mappa geografica del territorio che useranno per tutta la vita.

Millecinquecento chilometri dalla Spagna senza battere le ali

Grazie ai dispositivi GPS satellitari applicati sul dorso dai ricercatori, è documentato che alcuni grifoni avvistati regolarmente sul Meta provengono dalle colonie spagnole della Catalogna, dopo aver percorso oltre millecinquecento chilometri attraverso i Pirenei, la Francia meridionale e le Alpi occidentali. Questi spostamenti non seguono un calendario stagionale regolare, ma sono movimenti erratici alla ricerca di territori con buona disponibilità di cibo. Un giovane in dispersione può coprire fino a quattrocento chilometri in un solo giorno, spostandosi dal Meta ai Monti Sibillini o alla Maiella senza quasi mai battere le ali. Sfrutta le correnti ascensionali che si formano lungo la catena appenninica come autostrade aeree naturali, passando da una dorsale all’altra senza perdere quota. I tracciati GPS hanno rivelato che alcuni giovani esplorano per anni vasti territori prima di scegliere un’area stabile, percorrendo distanze totali nell’ordine delle decine di migliaia di chilometri.

Il ritorno dopo cent’anni di assenza dall’Appennino

Il grifone si era estinto dall’Appennino centrale nei primi decenni del Novecento, vittima della persecuzione diretta e dell’uso di bocconi avvelenati contro i grandi predatori. Il ritorno sul Meta è il risultato diretto dei progetti di reintroduzione avviati a partire dal 1994, quando centinaia di giovani grifoni nati in cattività sono stati rilasciati gradualmente nelle aree montane protette. La popolazione italiana conta oggi circa centottanta coppie nidificanti, concentrate in Friuli Venezia Giulia, Abruzzo, Basilicata e Sardegna, con una tendenza demografica in lenta crescita. Sul Meta la presenza rimane ancora irregolare, trattandosi principalmente di giovani in fase di esplorazione territoriale. Le minacce attuali includono l’avvelenamento secondario, causato dal consumo di carcasse di animali colpiti da esche tossiche, e la riduzione degli allevamenti tradizionali nelle valli montane. Il Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise monitora gli esemplari con anelli e GPS, raccogliendo i dati necessari per gestire una specie che sta lentamente riconquistando le sue montagne.

 

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Meta description (158 caratteri): Sul Monte Meta a 2.242 metri il grifone volteggia di nuovo dopo cent’anni di assenza. Come vola, nidifica e percorre 1.500 km dall’Appennino alla Spagna.


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